La chimera nascosta in ogni mamma.

(Gustav Klimt – Mutter und Kind)

La chimera è quella mostruosa figura mitologica con testa sputafuoco e corpo di leone, una testa di capra sul dorso e una coda di serpente.

Che cosa c’entra con le mamme?

Il microchimerismo è quel fenomeno per cui in un individuo è presente una piccola (ecco perché micro) popolazione di cellule o di DNA che deriva da un altro individuo geneticamente distinto.

Le donne mamme sono chimere! Il microchimerismo fetale è infatti la presenza di cellule fetali nel circolo sanguigno e nei tessuti materni. Quello che mi ha colpito però è che queste cellule sono in grado di rimanere nel corpo materno per decenni dopo il parto, se non addirittura per tutta la vita, e che non si limitano soltanto a circolare ma migrano e rimangono negli organi, nel cuore e perfino nel cervello della mamma! Gli effetti sono invisibili, certo, ma straordinari e magici come solo la natura sa essere.

Allora, mi sono detta, è per questo che da due anni a questa parte il mio armadio si è inaspettatamente riempito di righe. O che mi piacciono i corn flakes e il rap dei Gang Starr. Lo smalto luccicoso sulle unghie e le scarpe Oxford. Sfornare biscotti a forma di stella o i maglioni di lana di quel color-mare-dei-miei-sogni che Pantone ha chiamato “scuba blue”. Che scrivo di piccole cose nel mio gratitude journal mentale. Che voglio imparare a cucire. Che ho creato questo blog.

Che voglio essere una persona migliore, perché ora so che posso farcela, lui è dentro di me e mi insegnerà la via.

Arianna

 

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Vita degli elfi.

vita degli elfi

 

In un’intervista di un anno fa circa, in occasione del lancio di “La vie des elfes”  in Francia, Muriel Barbery, affermava che illuminante per il suo libro, è stata una frase de “Il libro del tè” di Kakuzo Okakura (noi ne abbiamo parlato qui!) nella quale parla con struggente nostalgia di come l’antico mondo cinese, che ha regalato all’arte nipponica i suoi più begli artefatti, si sia fatto “moderno, vecchio e disincantato“.

Ecco, Muriel Barbery nel suo libro tenta proprio di ritrovare questo incanto perduto, naturale e poetico allo stesso tempo, semplice e meraviglioso, avvicinando il mondo degli umani e il mondo degli elfi,  nel quale la forza della natura e la meraviglia dell’arte e della musica, sono più che mai vive e sentite.

Una letteratura della terra, insomma, come lei stessa la definisce, quella terra che il mondo moderno sembra aver dimenticato.

Protagoniste del libro sono due bambine, un po’magiche.

Maria, arrivata in una notte di neve in uno sperduto villaggio della Borgogna, che passa la maggior parte del suo tempo libero sugli alberi, ascoltando i canti dei rami e delle foglie, e a correre per i boschi, parlando con gli animali. A vegliare su questa “bambina benedetta” tutti gli abitanti del villaggio, “gente di buona volontà” la cui vita semplice fatta di lavoro, di famiglia, di serate davanti al fuoco di un camino, di raccolti, di latte caldo, di neve, di bucato, di silenzi, di natura, ruota intorno a quella della piccola.

Ma cosa si vede dentro la vita? Si vedono alberi, boschi, neve, forse un ponte, e paesaggi che passano senza che l’occhio riesca a trattenerli. Si vedono il duro lavoro e la brezza, le stagioni e le pene, e ognuno vede un quadro che appartiene solo al proprio cuore.”

Clara, abbandonata sullo scalino più alto della chiesa di un paesino fra le aspre montagne abruzzesi, che parla come se cantasse e suona il piano con “inesorabile perfezione” senza averlo mai studiato, fra “gente scolpita da vento e neve in spigoli di roccia dura e plasmata dalla poesia dei propri paesaggi, che porta i pastori a comporre rime nelle nebbie gelide degli alpeggi e le tempeste a partorire borghi sospesi dalla terra al cielo.”

Quando la vita delle due ragazzine si intreccerà, entreranno in contatto con il magico mondo degli elfi e sarà grazie all’unione dei loro destini e del mondo degli umani con il mondo del soprannaturale, che si riuscirà a salvare la terra da chi vuole annientarne la bellezza e l’armonia.

Questo il messaggio di speranza, il sogno di un mondo migliore di Muriel Barbery, racchiuso nel suo libro, del quale non rivelerò altro.

Un libro, secondo me, da leggere dimenticandoci per un po’della fretta, dei ritmi della nostra vita frenetica, ricordandoci invece della lentezza, della bellezza delle piccole cose, della natura meravigliosa che ci circonda. Come quando ci si ferma a guardare un paesaggio, un tramonto, si annusa un fiore o un frutto maturo o si sorseggia una tisana – magari al biancospino proprio come quella di Eugénie, “che fortifica l’anima e il cuore!”, dice.-

Come quando, da bambina, nelle calde giornate estive passate nella casa in campagna, mi sdraiavo sul marmo fresco dei quattro gradini della scala di fronte al portoncino, a guardare il cielo e le nuvole rincorrersi ora lente, ora più veloci. Così. Senza fretta, come se quelle nuvole fossero uno spettacolo irripetibile e imperdibile.

Lo spettacolo della natura, appunto.

 

 

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Queste foto mi sono state scattate dalla mia amica fatina degli elfi Angela Sammarco, che naturalmente ringrazio, per la pazienza e per l’entusiasmo che mette in ogni cosa che fa!

 

Io ti cielo.

“E’ lecito inventare dei verbi nuovi? Voglio regalartene uno: io ti cielo, così che le mie ali possano distendersi smisuratamente, per amarti senza confini.”(Frida Kahlo)

  
René Magritte – La flèche de Zénon

“Un’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi.”

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Non sono un’esperta d’arte e, a dirla tutta, trovo noioso che d’arte se ne “parli”, o ancor peggio, che la si interpreti, la si spieghi. L’arte è emozione. Provata da chi la crea, suscitata in chi la guarda. Chi la ascolta. Chi la legge. Chi la mangia. Chi la respira. Sì, l’arte si vive, ancora meglio senza filtri, senza pregiudizi o preconcetti, senza presunzioni, senza nozioni.

Accade allora che guardi una tela, enorme, e riesci ad ascoltare il rumore delle onde, i gabbiani, a sentire il vento tra i capelli, l’odore di salsedine. Le gocce d’acqua sul viso, le labbra salate. Il senso di meraviglia, le emozioni, i ricordi, i pensieri che spesso al mare hai affidato. I sogni, quelli archetipici, quelli belli, di speranza, dove sott’acqua riesci perfino a respirare.

E che cos’è Arte se non tutto questo? Strati di olio, biacca, colori, emozioni, sogni, pensieri.

Lui è Ran Ortner, quello è il suo oceano. Pieno di contraddizioni, come la vita. Infinito, con il suo incessante e instancabile movimento. Magnetico.

“In my paintings I am interested in holding the moment. I contemplate the collision of opposites at life’s centre, both brutally tragic and endlessly tender. The ocean mirrors the tempo of my body, the beating of my heart, the in and out of my breath. Surging contractions birth swells that rise and then die. Waves like a metronome mark the present, each insisting: now. In the ocean I’m immersed in now. Yet in the ancient body of the sea I feel the root of time. In the pulsing surge I find the wild place of my wilderness beginnings. There is no totem to the irrational more potent. Nothing points to the stirrings of my unconscious more than what lies below the surface. No peril is more ominous. Yet the sea is where I bathe my wounds. Where I get lost in all that is luxuriously infinite. Nothing is more symphonic, more effervescent, more delicately complete than the endless sea.” Ran Ortner 2015

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“In the ocean I see the collision of life and death: the rising of each wave is life insisting on itself, and in the trough I see death. These high points and low points are all part of the larger dance. You really feel the lament of the ocean, and at the same moment there’s a generosity, because the waves keep coming. These forces are working back and forth endlessly.

The paradoxes of life are all there in the sea. The ocean is often referred to as feminine, but the waves arrive in a masculine surge. As soon as they reach the full extent of their masculine expression, they shape themselves into a tube, a womb.

There are tempests and dark depths. You do not mess with the ocean. It will pummel you and chew you up. It is devastatingly brutal. And yet it can be luminous and delicate and tender. We clean our wounds there. What a reflection of our own impossible nature. We’re so brutal, so base, so horrific, and yet we have the capacity for such tenderness, such warmth, such empathy, such generosity.”

Arianna

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