26 marzo 1892

Il 26 marzo 1892 moriva a Camden Walt Whitman.

Walt Whitman

 

Credo in te, anima mia, 

l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te,

e tu non devi umiliarti di fronte a lui.

Ozia con me sull’erba, 

libera la tua gola da ogni impedimento,

né parole, né musica o rima voglio,

né consuetudini né discorsi, 

neppure i migliori, soltanto la tua calma voce bivalve,

il suo mormorio mi piace.

Penso a come una volta giacemmo,

un trasparente mattino d’estate, 

come tu posasti la tua testa 

di per traverso sul mio fianco 

ti voltasti dolcemente verso di me,

e apristi la camicia sul mio petto, 

e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato,

e ti stendesti sino a sentire la mia barba,

ti stendesti sino a prendere i miei piedi.

Veloce si alzò in me 

e si diffuse intorno a me la pace e la conoscenza 

che va oltre ogni argomento terreno, 

io conosco che la mano di Dio è la promessa della mia,

e io conosco che lo spirito di Dio

è il fratello del mio, 

e che tutti gli uomini mai venuti alla luce 

sono miei fratelli e le donne sorelle ed amanti,

e che il fasciame della creazione è amore,

e che infinite sono le foglie rigide o languenti nei campi,

e le formiche brune nelle piccole tane sotto di loro,

e le incrostazioni muschiose del corroso recinto, 

pietre ammucchiate, sambuco, verbasco ed elleboro.

 

da Leaves of Grass, 1855

Walt Whitman,   31 maggio 1819 – 26 marzo 1892

Annunci

L’amore riempie il vuoto.

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(photo: Curtis Cronn)

“Mind the gap.”

Per chiunque sia stato a Londra e abbia preso la metropolitana, queste tre parole ripetute all’approssimarsi dei treni alla stazione per invitare i passeggeri a fare attenzione al vuoto fra la porta in apertura e la banchina (“the gap”, appunto) rappresentano un iconico ricordo. Come i bus double-decker , i taxi, le cabine telefoniche rosse.

Per le persone come me, innamorate di Londra, queste tre parole rievocano immagini, odori, rumori e colori  avvolti in quella nostalgia che ti stringe lo stomaco. I viali alberati, i palazzi bianchi su Holland Park Avenue e la stazione di Shepherd’s Bush. Le corse per arrivare a scuola. L’odore della carta stampata dei quotidiani mischiato a quello dei dopobarba, alle 9 di mattina. Gli abiti scuri e le cravatte degli uomini della City. Le volte in cui mi sono addormentata cullata dal movimento dei vagoni. Il profumo di mela verde. Il sapore del succo Ribena. L’odore metallico della metro. L’odore di curry. I colori delle mattonelle sui muri. La fermata di Charing Cross. La felicità di sentirsi esattamente dove si desidera essere.

Per una persona in particolare, la Signora Margaret McCollum, dietro queste parole c’è una storia d’amore. La sua storia d’amore.

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(photo: bbc.co.uk)

E’ di suo marito, Oswald Laurence, celebre attore inglese, la voce dell’annuncio registrato nel lontano 1969 e utilizzato per 40 anni sulla Northern Line. Voce autoritaria e nello stesso tempo tanto cortese ed educata, da rendere superfluo perfino il “please” finale, fondamentale per la lingua inglese. Laurence morì nel 2007, così sua moglie Margaret continuò ad andare ogni giorno nella stessa stazione, quella di Embankment, per sedersi su una panchina ad ascoltare quella voce, unico sollievo al suo grande dolore, l’unico modo per sentirsi ancora insieme.

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(photo: dailymail.co.uk)

Quando nel novembre 2012 l’annuncio fu sostituito da un nuovo sistema digitale, Margaret scrisse alla Transport of London, per chiedere una copia registrata di quell’annuncio. Il direttore, Nigel Holness, rimase così colpito da quella lettera e dalla sua storia, che decise di ripristinare il vecchio annuncio alla stazione di Embankment, riempiendo in parte un vuoto incolmabile e lasciando trionfare l’amore su tutto.

Una storia vera e dolce, di vuoti, di presenze, di treni, di addii, di un annuncio e un amore destinati a durare per sempre. Una storia diventata un corto di Luke Flanagan.

Arianna

 

 

Come Mary Poppins.

Nell’Impero delle luci ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un paesaggio notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e di notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia”.

René Magritte

Magritte

L’Empire des lumières, 1953–54
Olio su tela, 195,4 x 131,2 cm
Collezione Peggy Guggenheim, Venezia

Questo quadro ed io ci siamo incontrati tre volte nella mia vita. Ogni volta in un posto diverso. La prima volta a Londra, alla Hayward Gallery. La seconda a casa mia, a Roma, al Complesso del Vittoriano. La terza a casa sua, a Venezia, al Peggy Guggenheim . La prima volta per caso, le altre sono stata io ad andarlo a cercare per imprimere quella sua poesia negli occhi e nel cuore, almeno fino alla volta successiva. Sognando di saltarci dentro come  Mary Poppins, mano nella mano con il suo Bert, e perdermi sotto la luce di quel lampione magico, forte da illuminarmi la strada, dolce da lasciarmi guardare il cielo, col naso all’insù.

Arianna