Il profumo della lentezza.

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Qual è il profumo della lentezza? Forse quello del caffè, quello del mare, quello del vento tiepido di primavera, di un Earl Grey bollente, delle pagine di un libro o forse semplicemente il profumo della lentezza è quello di tutte le cose che ci soffermiamo ad assaporare. Momenti, dettagli, cose apparentemente senza importanza.

Per la lumachina protagonista della storia di Luis Sepùlveda – Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza – la lentezza ha il profumo dei fiori gialli e viola del calicanto e del dente di leone, delle gocce di rugiada sui fili d’erba, delle foglie sui rami di faggio mosse dal vento. Per Memoria, la tartaruga sua compagna di viaggio, la lentezza ha il profumo delle foglie di lattuga e della polpa delle fragole.

La lumachina decide di intraprendere un viaggio per scoprire chi è e perché è cosi lenta, nonostante le sue compagne, abituate a condurre una vita lenta e silenziosa, senza porsi alcuna domanda, disapprovino. “Tutto ciò che hai visto, provato, amaro e dolce, pioggia e sole, freddo e notte, è dentro di te e pesa, ed essendo così piccola quel peso ti rende lenta” le dirà il gufo. “E a che mi serve essere così lenta?” “A questo non ho una risposta. Dovrai trovarla da sola”

E’ così che la lumachina comprenderà l’importanza della memoria, del coraggio e della ribellione. Perché decidere di camminare lentamente, di vivere il presente accorgendosi dei dettagli, scegliendo per cosa fermarsi, è ribellione, “una nuova forma di resistenza, in un mondo dove tutto è troppo veloce. E dove il potere più grande è quello di decidere che cosa fare del proprio tempo” dice Sepùlveda. “Io difendo il ritmo umano: il tempo preciso, né più né meno, che serve per fare le cose per bene. Per pensare, per riflettere, per non dimenticare chi siamo”.

La fine di questo viaggio? La libertà.

Arianna

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Lettere appassionate.

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A Diego Rivera.

23 luglio 1935

[…]

Una certa lettera, vista per caso, in una certa giacca, di un certo signore, scritta da una certa signorina che viene dalla lontana e maledetta Germania, e che immagino dev’essere colei che Willi Valentiner ha mandato qui a spassarsela con scopi “scientifici”, “artistici” e “archeologici”…mi ha causato molta rabbia e , a dir la verità, gelosia…

Perché dovrei essere così sciocca e permalosa da non capire che le lettere, le tresche, le insegnanti di…inglese, le modelle gitane, le assistenti di “buona volontà”, le allieve interessate all'”arte della pittura” e le inviate plenipotenziarie da luoghi lontani sono solo avventure, e che in fondo io e te ci amiamo tantissimo, e anche se passiamo attraverso innumerevoli avventure, porte sbattute, insulti e lamenti a livello internazionale, continuiamo ad amarci? Credo che dipenda dal fatto che sono un tantino stupida perché tutte queste cose sono successe e si sono ripetute durante i sette anni vissuti insieme; e tutta la rabbia che ho ingoiato mi ha semplicemente fatto capire meglio che ti amo più della mia stessa vita, e che anche se tu non mi ami allo stesso modo, comunque mi ami – non è così? E pur se ne dubito, mi rimarrà sempre la speranza che sia così, e di questo mi accontento…

Amami un poco               io ti adoro

                                                                     Frieda

 

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Frida Kahlo – Lettere appassionate

Arianna

 

 

Mr Gwyn.

 

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Mr Gwyn

Jasper Gwyn mi ha insegnato che non siamo personaggi, siamo storie, disse Rebecca. Ci fermiamo all’idea di essere un personaggio impegnato in chissà quale avventura, anche semplicissima, ma quel che dovremmo capire è che noi siamo tutta la storia, non solo quel personaggio. Siamo il bosco dove cammina, il cattivo che lo frega, il casino che c’è attorno, tutta la gente che passa, il colore delle cose, i rumori. Riesce a capire?

– No. –

Lei fa le lampadine, le è mai successo di vedere una luce in cui si è riconosciuto? Che era proprio lei? Il vecchietto si ricordò di un lampioncino acceso sulla porta di un cottage anni prima.

– Una volta, disse. –

E allora può capire. Una luce è giusto uno spicchio di una storia. Se c’è una luce che è come lei, ci sarà anche un rumore, un angolo di strada, un uomo che cammina, molti uomini, o una donna sola, cose del genere. Non si fermi alla luce, pensi a tutto il resto, pensi a una storia. Jasper Gwyn diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invano cerchiamo negli scaffali della nostra mente.

Mr Gwyn è uno scrittore di successo. Una mattina, passeggiando per i viali di Regent’s Park a Londra, dove vive, decide che quello di scrittore non è più il modo di guadagnarsi da vivere più adatto a lui. Comunica la sua decisione al pubblico attraverso un articolo per il Guardian, una lista di cinquantadue cose che si ripromette di non fare più. L’ultima è, appunto, scrivere libri.

Inizialmente leggero e felice, col passare dei giorni si rende conto che gli manca il gesto dello scrivere, “la quotidiana cura con cui mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. Che solo scrivere lo fa sentire vivo. Decide allora che farà il copista.

Poi un giorno accade che incontra la signora con l’ombrello e le sue surreali conversazioni.

“Fare il copista c’entra col copiare qualcosa, no?  Chiese. “Probabilmente.” “Ecco, ma non atti notarili o numeri, la prego.” “Cercherò di evitare.” “Veda se trova qualcosa tipo copiare la gente.” “Sì.” “Come sono fatti.” “Sì.” “Le verrà bene.” “Sì.”

Entrare in una galleria d’arte segnerà un momento fondamentale della sua nuova vita: ritrarre qualcuno è un gesto bellissimo con cui riportarlo a casa. Scriverà ritratti di persone, le riporterà a casa, liberandole dalla maschera dietro la quale nascondere ogni giorno se stessi.

Non svelerò di più. Tanti personaggi diversi popolano le pagine di questo libro di Alessandro Baricco, del 2011.  Persone diverse. Sentimenti diversi. Parole, pensieri, colori di ognuno. Rumori, luci. Tante storie diverse da raccontare. La propria, su cui riflettere da spettatori del proprio ritratto.

 

Arianna

 

 

 

 

Vita degli elfi.

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In un’intervista di un anno fa circa, in occasione del lancio di “La vie des elfes”  in Francia, Muriel Barbery, affermava che illuminante per il suo libro, è stata una frase de “Il libro del tè” di Kakuzo Okakura (noi ne abbiamo parlato qui!) nella quale parla con struggente nostalgia di come l’antico mondo cinese, che ha regalato all’arte nipponica i suoi più begli artefatti, si sia fatto “moderno, vecchio e disincantato“.

Ecco, Muriel Barbery nel suo libro tenta proprio di ritrovare questo incanto perduto, naturale e poetico allo stesso tempo, semplice e meraviglioso, avvicinando il mondo degli umani e il mondo degli elfi,  nel quale la forza della natura e la meraviglia dell’arte e della musica, sono più che mai vive e sentite.

Una letteratura della terra, insomma, come lei stessa la definisce, quella terra che il mondo moderno sembra aver dimenticato.

Protagoniste del libro sono due bambine, un po’magiche.

Maria, arrivata in una notte di neve in uno sperduto villaggio della Borgogna, che passa la maggior parte del suo tempo libero sugli alberi, ascoltando i canti dei rami e delle foglie, e a correre per i boschi, parlando con gli animali. A vegliare su questa “bambina benedetta” tutti gli abitanti del villaggio, “gente di buona volontà” la cui vita semplice fatta di lavoro, di famiglia, di serate davanti al fuoco di un camino, di raccolti, di latte caldo, di neve, di bucato, di silenzi, di natura, ruota intorno a quella della piccola.

Ma cosa si vede dentro la vita? Si vedono alberi, boschi, neve, forse un ponte, e paesaggi che passano senza che l’occhio riesca a trattenerli. Si vedono il duro lavoro e la brezza, le stagioni e le pene, e ognuno vede un quadro che appartiene solo al proprio cuore.”

Clara, abbandonata sullo scalino più alto della chiesa di un paesino fra le aspre montagne abruzzesi, che parla come se cantasse e suona il piano con “inesorabile perfezione” senza averlo mai studiato, fra “gente scolpita da vento e neve in spigoli di roccia dura e plasmata dalla poesia dei propri paesaggi, che porta i pastori a comporre rime nelle nebbie gelide degli alpeggi e le tempeste a partorire borghi sospesi dalla terra al cielo.”

Quando la vita delle due ragazzine si intreccerà, entreranno in contatto con il magico mondo degli elfi e sarà grazie all’unione dei loro destini e del mondo degli umani con il mondo del soprannaturale, che si riuscirà a salvare la terra da chi vuole annientarne la bellezza e l’armonia.

Questo il messaggio di speranza, il sogno di un mondo migliore di Muriel Barbery, racchiuso nel suo libro, del quale non rivelerò altro.

Un libro, secondo me, da leggere dimenticandoci per un po’della fretta, dei ritmi della nostra vita frenetica, ricordandoci invece della lentezza, della bellezza delle piccole cose, della natura meravigliosa che ci circonda. Come quando ci si ferma a guardare un paesaggio, un tramonto, si annusa un fiore o un frutto maturo o si sorseggia una tisana – magari al biancospino proprio come quella di Eugénie, “che fortifica l’anima e il cuore!”, dice.-

Come quando, da bambina, nelle calde giornate estive passate nella casa in campagna, mi sdraiavo sul marmo fresco dei quattro gradini della scala di fronte al portoncino, a guardare il cielo e le nuvole rincorrersi ora lente, ora più veloci. Così. Senza fretta, come se quelle nuvole fossero uno spettacolo irripetibile e imperdibile.

Lo spettacolo della natura, appunto.

 

 

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Queste foto mi sono state scattate dalla mia amica fatina degli elfi Angela Sammarco, che naturalmente ringrazio, per la pazienza e per l’entusiasmo che mette in ogni cosa che fa!

 

La meccanica del cuore.

Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai.”

La meccanica del cuore di Mathias Malzieu

Il 16 aprile 1874 è la notte più fredda del mondo ad Edimburgo e il sole sembra scomparso per sempre. Fontane ghiacciate, il fiume mascherato da lago di zucchero a velo, gli uccelli si congelano in volo. Solo gli orologi continuano a far battere il cuore di una città  congelata. In questa notte, in una vecchia casa di legno sulla cima della collina più alta di Edimburgo, nasce Jack con il cuore completamente ghiacciato. Ma Madeleine, la levatrice bizzarra e un po’ strega, che aiuta a mettere al mondo bambini e ripara la gente – sì, ripara la gente! – lo salva, applicando al suo cuore congelato un orologio a cucù, soluzione tanto ingegnosa quanto fragile. Bisogna essere prudenti con le emozioni, soprattutto con l’amore. “Un giorno o l’altro, tutto il piacere e la gioia che l’amore può suscitare si pagano con la sofferenza. E più si ama intensamente e più il dolore sarà moltiplicato.”

Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai. Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.”

Ma le emozioni non c’è proprio verso di evitarle e  il giorno del suo decimo compleanno, Jack incontrerà la piccola andalusa con la voce d’usignolo, Miss Acacia, ballerina di flamenco…

Non svelerò di più.

A spingermi ad afferrare questo libro, qualche anno fa in libreria, è bastata la copertina, meravigliosamente illustrata da Benjamin Lacombe. Un’occhiata alla trama ed era già mio.

Una favola poetica per grandi, dolce e amara al tempo stesso, un racconto tenero ma anche ironico, romantico e crudele, fantastico e vero, che ci narra di amicizia, di passione, di amore e di diversità, attraverso metafore toccanti.

L’autore è Mathias Malzieau, cantante e scrittore, leader dei Dionysos. In contemporanea all’uscita francese del romanzo ha pubblicato l’album La mécanique du cœur,  adattamento sonoro e musicale del libro. Ecco allora il mio consiglio di leggere le pagine di questo racconto, con gli occhi sì, ma anche con il cuore del piccolo Jack che è dentro ognuno di noi, magari ascoltando qualche canzone dell’album!

Dal libro è stato tratto anche il film di animazione “Jack e la meccanica del cuore.”

 

Arianna